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A.S.D. Golfo Dei Poeti Benvenuti!

 A cura di Jacopo Borniotto

Riposa in pace Cinghialotto

Cinghiale devi morire!

Versione Ufficiale.

Stiamo salendo lungo la scalinata del “buongiorno”. Bruno, Marco ed io. La salita è conosciuto dagli abati mentre per Marco è la “prima volta”. Si sale tranquilli ma con un buon ritmo quando tutto ad un tratto un rumore mi richiama dalla sinistra. “SSSSHHHH” faccio a Marco “c’è un cinghiale”. Ed è il primo cinghiale che non vedo fuggire. La povera bestia è “al laccio”. Ossia si tende, nei luoghi di passaggio, un cavo di acciaio a forma di cappio in modo che la bestia se lo stringa al collo e passi a miglior vita. Non entriamo nel merito morale della caccia. Ognuno è libero di pensarla come vuole. Parliamo di Legge. Parliamo dei cacciatori che in alcuni momenti dell’anno possono fare battute organizzate. E che pagano fior di quattrini per farlo. E parliamo dei bracconieri. Che con un cavetto da 2 euro fanno soffocare un cinghiale. Io sono rimasto molto male nel vedere e pensare quanto la povera bestiola abbia sofferto. 30 minuti di telefonate ma nulla da fare. Scaricabarile tra Guardie Forestali, Provincia, GEV e tutti quei cazzo di nullafacenti che pago con il mio stipendio. Per fortuna Bruno chiama il grande Pietro che, nel giro di un’ora e mezzo riesce ad arrivare sul posto con al seguito la Polizia Provinciale. Il cinghialotto nel frattempo è morto. Viene fotografato e fatta denuncia al Comune…insomma una pratica burocratica lunghissima. E se gli stupratori ed i ladri non si fanno nemmeno una mezza giornata di gabbio non penso che il bracconiere abbia difficoltà a prendersi le spoglie dell’ungulato. Ma così è. Caro bracconiere: la prossima volta sotto al corpo del cinghiale ci metto una mina…e se non dovessi trovarne mi auguro, di cuore, che ti si possa staccare il cazzo rimbalzandoti in culo. Scusate ma…..

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Le rovine non bastano...

"Le rovine non bastano a seppellire gli impavidi" (*)

Doccia. Posizione prona. Acqua calda che non mi leva di dosso ne il freddo ne il dolore. Cazzo. Ginocchia bloccate. Eppure, in fondo in fondo, da qualche parte parte, si accende una lucina. Flebile e forte al tempo stesso. Scintilla di follia che trovi solo negli occhi di Bruce Willis in Die Hard.....sorrido. Mi alzo e chiudo l'acqua. Sembro un reduce di guerra. Ma sorrido. Si......

Rewind

Sabato. Ore 7 del mattino. Parcheggio la BatMobile di fronte a casa di Paolo (che per me è  Nek, nomignolo dei Canottieri) in località  Maggiano. Siamo iscritti allo Sciacchetrail. Dobbiamo allenarci. Con Paolo Nek la mia prima mezza maratona, a Livorno, nel lontano 2002. Insomma...tanti anni e tanti km fa. Il giro l'ho deciso io. Maggiano. Santa Croce. Parodi. Campiglia. Fossola. Golgota. Caste'. Maggiano. Insomma. Ricalca quello che l'Io di qualche anno fa considerava il "Giro Corto". L'Io del primo ultra trail, del Malandrino, del Valdigne, della Abbots finita con Bruno e Riccardo. Insomma...dura, si, ma in fondo l'ho fatta decine di volte, Io. Basandomi sulla troppa fiducia porto anche la GoPlo cinese per immortalare paesaggi e andature. Una sorta di documentario sulla eroica rentree del Borniotto corridore. E la prima parte, onestamente, fila via liscia. Arriviamo senza indugio al Parodi. Le piccole crisi si fanno vive vero Campiglia. Ma lo scenario toglie il fiato e le gambe vanno seguendo la memoria storica dei tanti passaggi sui sentieri. Bello, bello, bellissimo. Bello un cazzo! Arrivo alla chiesetta bianca di Fossola. In testa un flash. Rivedo la chiesetta bianca di Kill Bill. La "Sposa" vittima dell'agguato assassino. Ecco. Oggi sono io la vittima sacrificale. Anzi, è  la mia sicurezza, è  il mio orgoglio. Perché  una cosa, in centinaia di km l'ho capita. Solo il trail ti fa fare un bagno nelle gelide acque della Modestia. Non conta, bimbo, quello che hai fatto. Non conta il numero di volte che hai detto "finisher". Sono semplici seghe mentali che svaniscono quando la salita ti si propina davanti e ti accoltella gambe, polmoni, testa ed ego.

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Bruno, da giovane, aveva una barca...

C’era una volta la barca di Bruno…

Il “c’era una volta” presuppone una storia importante, quel genere di storie che si ascoltano con attenzione, che magari si ascoltano tante volte, ma sempre con gli occhi che seguono il movimento delle labbra del narratore. Eh si, c’era una volta. Ritorniamo indietro di circa 30 minuti dal fatidico incipit da fiaba. Si parte per la corsa della Befana. Mi fa piacere averla fatta anche quest’anno….e pochi sanno che questo appuntamento nacque sette anni fa (se non ricordo male) da una scampagnata della Canottieri (alla Velocior facciamo corsa e bagno di Natale da quasi 30 anni) assieme al nostro amato Presidente Domenico (al tempo Presidente della Canottieri). E così anche quest’anno l’urlo di arcigna passione ha riempito le viuzze di Lerici e San Terenzo. Quest’anno, poi, abbiamo inaugurato un nuovo tracciato che ci ha portato a correre dietro al Castello di Lerici, sugli scalini che portano verso Maralunga e verso l’indefesso Ciccillo a Mare. E li è cominciato il “C’era una volta…” infatti, soprattutto tra noi maschietti, passata una certa età, comincia il periodo dei “remember”….una sorta di revival di amori giovanili che hanno segnato i nostri anni adolescenziali. Già il passaggio davanti alla casa di Bruno-da-giovane aveva cominciato a solleticare gli animi e richiamare alla mente vecchie “fuitine”, raccolte dal doppio fondo del cassetto dei ricordi (il doppio fondo dedicato ai ricordi proibiti). E poi come non farsi prendere dal trasporto quando, scendendo per i gradini sopra il mare, si ricorda ogni anfratto, ogni panchina, ogni cespuglio nascosto alla vista dei più? E si fa finta di nulla. Esordire con un “ah si….qui ci venivo da ragazzo” equivale ad una confessione in stile Pacciani davanti al PM ed al tribunale della storia. Ma nascono, di soppiatto, sorrisi: sono sorrisi che nascono sulle guance, solo un pochino più rugose rispetto a “quel che si era”. Ricordi che emulano i ricordi dei nonni tornati dalla Russia. Mezze frasi che vengono dette al compagno di corsa, in una sorta di tacito accordo cameratesco, ricevendo occhiate silenziose, che capiscono e benedicono (e, a volte, potrebbero condividere la stessa esperienza…nello stesso posto…con la stessa…..”cazzo ma è venuta anche con te?!?!?”…ma lasciamo stare….). Ma gli anni fanno passare le esagerazione adolescenziali, i racconti da Nembo Kid multiorgasmico spacciati per buoni con il gruppetto di amici intenti ad ascoltarli ingollando Coca Cola, calda come il piscio, venduta, in nero, dal baretto di Tony alla Venere Azzurra. Si, stiamo correndo, ma il pensiero è altrove. Si rincorre quello davanti, ma stiamo pensando alle rincorse guidate da botte ormonali e da livelli di testosterone da far impallidire un culturista dopato. E poi…e poi si arriva di nuovo in paese, sulla calata. I ricordi tornano nel doppiofondo segreto. Si riparla delle solite cose, le solite belinate. Solo nello sguardo di alcuni si nota ancora il piacere di aver fatto un tuffo nel passato. E poi il colpo di genio. Il cabarettista che non ti aspetti…. In discesa, da Barcola, guardo Bruno, guardo il mare, evito una cacca per terra ed esclamo:

“Bruno da giovane aveva una piccola barca……si chiamava “O me la dai o nuoti”

 

Ciao Arcigni, divertitevi.

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